Relazione annuale del presidente

22 aprile 2012

Carissimi,

voglio cominciare subito dal punto più critico, ovvero la crisi economica, ma non solo, che grava su noi tutti, con difficoltà crescenti e gravi incertezze per il futuro, per noi e per i nostri figli. E’ uno di quei momenti terribili in cui si avverte la spinta vitale a “salvarsi”, ovvero a risolvere innanzitutto i nostri problemi contingenti, arrivare a fine mese, conservare il lavoro, prevedere la possibilità di affrontare eventuali imprevisti, eventualità che oggi ci spaventa particolarmente. Tutti sappiamo di quell’amico caro, di quel tale che ha perso il lavoro, di quella famiglia con gravi problemi di salute, di quell’impresa che chiude.

Qual è allora lo spazio per una azione concreta rivolta agli altri? Qual è lo spazio per una associazione che intende portare aiuto a chi si trova in difficoltà, se noi stessi non abbiamo spesso la soluzione per le nostre? Ebbene, io credo che proprio adesso, adesso più che mai dobbiamo essere aperti, trovare la volontà sincera di ascoltare le grida di aiuto, spesso mute, di chi vive le nostre stesse difficoltà ed anche molto, molto più gravi. E’ questo il momento di evitare in tutti modi di chiudersi nella fortezza e di affermare a chi abbiamo vicino con le parole e soprattutto con i gesti che nessuno deve sentirsi solo, e che soltanto insieme potremo salvarci da una finanza che ha l’uomo in totale spregio, da una tecnologia che non è un mezzo ma il fine stesso, dalla solitudine e dall’abbandono. E’ in momenti come questi che dobbiamo cercare attorno a noi pronti a tendere una mano più che mai.

Non potrò mai dimenticare un episodio che ho vissuto in una povera chiesa in Guatemala, quando durante la messa è entrato un uomo scalzo, sporco, smagrito, vestito letteralmente di stracci, visibilmente ammalato, che all’offertorio, con un lieve sorriso e gli occhi che brillavano, ha frugato a lungo tra i suoi stracci e ha trovato una monetina. Non lo dimenticherò mai. Meglio di qualsiasi discorso, meglio di qualunque associazione umanitaria, quell’uomo ha dimostrato per sempre che la solidarietà, la vicinanza tra gli uomini non dipende da quello che si ha, ma da quello che si è, e da quello che si sente. Dalla volontà di essere vita, speranza per gli altri, indipendentemente dalla condizione in cui ci si trova, più o meno favorevole, più o meno sicura. Dalla volontà di essere pane per l’altro, anche se reietto, escluso, sofferente.

Le risorse destinate alle associazioni sono diminuite nell’ultimo anno almeno del 30 %, e d’altra parte questo è totalmente comprensibile. Si presuppone che ognuno dia quello che può, ma l’essenziale, l’irrinunciabile è che si continui a farlo, nonostante tutto, anche se in misura diversa. Davvero credo che il sentire che dovremmo fare nostro oggi più che mai è che non è importante quello che si dà ma come lo si dà e perché, e l’augurio più grande che faccio a me stesso prima e poi a tutti, è che pur con le nostre crescenti preoccupazioni possiamo continuare a dare la nostra monetina con lo stesso sorriso e la stessa luce negli occhi che aveva quell’uomo mentre semplicemente donava.

Certi gesti, certe azioni hanno un valore universale, che prescinde da tempi e luoghi, lasciandovi però un segno perenne. Guatemala, Honduras, Africa, Albania, il nostro vicino di casa: che differenza fa? Ha senso circoscrivere fisicamente questo o quel contesto e stabilire delle priorità, ignorare un disperato a favore di un altro solo perché riteniamo che sia lontano da noi? Ma lontano da cosa? Proviamo a pensare ad uno qualsiasi di questi essere umani senza speranza, adulti, vecchi o bambini. Proviamo ad immaginare che siano muti, e che non sappiamo nulla delle loro origini, della loro lingua; proviamo allora a soffermarci sui loro occhi, per esempio sugli occhi di un bambino. Ebbene, sfido chiunque a trovare differenze in quegli occhi, a capire dal suo sguardo dove vive, se lontano o vicino a noi, di che razza sia, quale sia la sua lingua.

Quel bambino potrebbe essere nostro figlio, è nostro figlio. Non daremmo forse a nostro figlio il nostro cibo, non faremmo per lui qualunque cosa possa proteggerlo, salvarlo? Ed ecco che un gesto, un semplice gesto, in qualunque parte del mondo nasca e a qualunque parte del mondo sia rivolto, assume un valore immenso, vitale, universale, appunto.

E’ frequente sentir dire frasi del tipo “con tutti i problemi che abbiamo qui … “ ecc, ecc; ma personalmente ho davvero grande difficoltà a capire che cosa significhi, a capire che differenza faccia. Soprattutto quando non si fanno delle scelte precise, come nel caso della nostra associazione, ma accade che gli incontri “avvengano”, ci si trova su una strada piuttosto che un’altra, in un luogo piuttosto che un altro. La storia della nostra piccola associazione è “casualmente” incominciata in Guatemala, ed è proseguita direi naturalmente in altri luoghi così come succede seguendo un sentiero sconosciuto e magari sconnesso ma ben tracciato, che si apre via via con nuovi angoli, nuovi scorci. Che senso avrebbe dire no? Tanto più che ognuno può scegliere l’ambito in cui agire, l’importante è che lo faccia, che guardi alla persona che gli succede di incontrare e agisca, indipendentemente dall’impianto della associazione a cui eventualmente aderisce. Ma anche nell’ambito della nostra associazione ben vengano iniziative a sostegno di realtà locali; se non lo abbiamo ancora fatto, se non in minima parte, è solo perché le nostre risorse sono limitate, e non mi pare abbia molto senso abbandonare quel sentiero sul quale ci siamo incamminati anni fa come associazione per un altro, seppure molto simile.

Se una differenza c’è, è soprattutto nelle dimensioni dei problemi, e nel fatto, di certo non trascurabile, che nelle nostre società “avanzate” il problema più grosso sembra ormai essere la solitudine e la mancanza di spiritualità. Ma la povertà materiale, riferita a bisogni primari e vitali come l’alimentazione e la salute, dei luoghi in cui abbiamo cominciato, è per noi inarrivabile. Se oggi ogni sei secondi muore un bambino per fame o per una qualche forma di grave privazione, non muore in Italia, grazie a Dio. Ma quel bambino, ripeto, potrebbe essere nostro figlio, è nostro figlio.

Mi torna spesso in mente una domanda di Madre Teresa, riferita ad un derelitto fra i tanti fra cui viveva: perché lui? Perché lui e non io? E con don Mario l’anno scorso ci chiedevamo: perché siamo qui? La risposta non è facile come forse può sembrare, almeno non per me. Oggi penso che una possibile risposta sia: semplicemente perché io possa aiutarlo, e soprattutto amarlo. Questa è l’unica via che può salvare tutti, me e lui, noi e loro.

Ed ecco che nell’anno trascorso abbiamo insistito, nonostante le crescenti difficoltà, con il tipo di interventi che ci hanno caratterizzato fin dall’inizio, ovvero piccole cose, piccoli gesti ma rivolti davvero alle singole persone, proprio guardandole negli occhi una per una. Già, perché conosciamo singolarmente quasi tutte le persone a cui destiniamo il nostro impegno, In Honduras e in Guatemala soprattutto, ma anche in Albania, e meno in Africa dove non siamo ancora stati ma ci bastano gli occhi e il cuore di p. Roger Houngbedji, il nostro carissimo amico che coordina le missioni domenicane in Africa Occidentale.

Abbiamo quindi continuato con i progetti di sostegno a distanza per i più piccoli in Guatemala e Honduras e con il sostegno allo studio per i ragazzi più grandi sempre in Honduras, dove tale impegno ha ricevuto uno slancio particolare ed estremamente prezioso grazie alla generosità di Giuseppe ed Angela Chiaia Noya, di cui vi dirò meglio più avanti.

Abbiamo dato aiuto ad una missione domenicana in Burkina Faso in un momento particolarmente difficile, fornendo un automezzo che si è rivelato preziosissimo per mettere letteralmente in salvo gli studenti della missione minacciata dalla guerra.

Abbiamo contribuito alla costruzione di una struttura didattica a Leizhe, in Albania, presso una missione delle Suore Serve di Maria.
Di questi progetti e dei nuovi vi parlerò fra poco in dettaglio, con l’aiuto di collegamenti dall’Honduras e dall’Albania.

Adesso vorrei però, prima di concludere e lasciare la parola a Lorita, riportare l’attenzione di tutti su un aspetto che ritengo di fondamentale importanza, e che sento quest’anno il bisogno di riaffermare con forza.

Sappiamo bene che associazioni ce ne sono tante, e tantissime serie e di grande utilità. Ma che cosa caratterizza una associazione cristiana e cattolica? Qual è il senso dell’agire di una associazione come la nostra? Che differenza c’è tra emotività e buoni sentimenti, tra pur nobilissimi sentimenti di umana solidarietà e giustizia e una associazione cristiana e cattolica? Che cosa differenzia uno spirito filantropo da uno cristiano?

Non ho certo la capacità per rispondere in modo esauriente, e mi manca soprattutto il dono della semplicità che è invece di don Mario, non ho la sua sapientia cordis, ma voglio ugualmente provare ad esprimere quello che è mia convinzione sia lo spirito cristiano.
Innanzitutto, se ci diciamo credenti il nostro credere dovrebbe guidare tutte le nostre azioni, i nostri pensieri. Dovremmo ricercare di continuo una coerenza tra fede e vita reale. Infatti credere non basta:  è necessario testimoniare la fede, con parole e soprattutto con opere, nello stesso tempo certi che lo strumento più potente non sono le pur indispensabili e primarie risorse materiali (economiche, ecc), indispensabili perché le persone vanno sfamate, curate, visitate (ci sono peraltro anche i diritti universali dell’uomo che sanciscono certi aspetti, e sono comunque un valore che deve accomunare tutti), ma che lo strumento di soccorso e cambiamento più potente è la preghiera, e il tempo impiegato a pregare di fronte alla sofferenza non è tempo perso rispetto all’azione ma è trovare sempre maggiori risorse vitali, è avvicinarsi sempre più all’amore originario, creatore e salvifico.

Matteo nel suo Vangelo riporta le parole di Gesù: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
Una associazione cristiana e cattolica opera nella convinzione che solo l’amore di Cristo può davvero cambiare il mondo, e non le ideologie o la politica, anche la più illuminata, e tanto meno una rivoluzione, perché il dolore, la solitudine, la sofferenza non saranno mai completamente sconfitte, perché fanno parte dell’essenza e del cammino dell’uomo. Perché l’errore fa parte dell’uomo, che sempre avrà bisogno della misericordia di Dio, del manifestarsi del Suo amore. Osserviamo come gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, anche se in buona fede, ma basati su criteri esclusivamente tecnico-assistenziali abbiano sortito scarsissimi risultati. Mancano Amore e Verità, che saranno sempre necessari anche nella società più giusta.

Ma di quale Amore parliamo? Non di un vago e bonario sentimentalismo ma di Dio stesso: come insegna san Giovanni (1 Gv 4,8.16), « Dio è carità ». La carità è « grazia » (cháris), è quindi amore ricevuto e donato. Deus caritas est, Dio è amore, origine e fine di tutto. E Dio si è fatto visibile in suo Cristo suo figlio, che con la sua vita, con la sua morte e la sua resurrezione ha indicato la Verità, ha incarnato la Verità, vero scandalo per tutti.
Questa è la verità di cui parliamo, l’unica per i credenti in un mondo che relativizza tutto, che offre mille verità.
A proposito di verità, mi stupisce sempre pensare a quanto svelato da S. Agostino circa la domanda fatta da Pilato a Gesù: “Ma qual è la verità? Quid est veritas?” , quando notava che l’anagramma di quelle parole è “Est vir qui adest”, è l’uomo che hai di fronte.
In definitiva, una associazione come la nostra accoglie Cristo come Egli stesso dice di essere, cioè Via, Verità e Vita, ed agisce nella consapevolezza che carità e verità sono la forza principale per il vero sviluppo di ogni persona e dell’autentico sviluppo dei popoli.
Tutti questi valori sono espressi in modo ovviamente magistrale e totale nelle due splendide encicliche di Benedetto XVI, “Deus Caritas Est” e “ Caritas in Veritate”, che mi permetto caldamente di invitarvi a leggere.

Anche l’abate Thomas Merton ha espresso molto bene, in poche parole, il senso di carità e verità; egli dice infatti che

La  vita  spirituale si  riassume  nell’ amare.
Non si ama perché si vuol fare il bene di qualcuno, aiutarlo, proteggerlo.
Agendo in questa maniera, ci comportiamo come se vedessimo il prossimo come semplice oggetto
e noi stessi come esseri generosi e saggi.
Ma questo non ha nulla a che vedere con l’amore.
Amare significa comunicare con l’altro  e scoprire in lui  una particella di Dio.

Esattamente come in quell’uomo dell’offertorio al’inizio di queste riflessioni a cuore aperto, povero tra i poveri, esattamente come in tutti volti che abbiamo incontrato nelle baraccopoli in Honduras, nei villaggi sperduti in Guatemala, nell’orfanotrofio in Albania e che nessuno sembra vedere.

Non abbiamo dunque bisogno di miti, non abbiamo bisogno di un Che Guevara, abbiamo bisogno di Cristo.

E se di miti vogliamo proprio parlare, per noi si chiamano Mons. Gerardi, Mons. Romero, Tullio Maruzzo, Obdulio Arroyo, Shahbaz Bhatti, hanno il nome di tutti i religiosi e i laici che come Cristo, e nella luce del Suo amore e della Sua verità, hanno donato sé stessi per tutti.

Questa è, piaccia o non piaccia, una associazione cristiana, cattolica. Questi sono i fondamenti da condividere se si vuole camminare con il Gruppo Quetzal, questi gli strumenti prima che gli obiettivi, questo è lo spirito che difenderò e affermerò con tutta la forza che ho fino a quando avrò l’onore e la responsabilità di rappresentare la nostra associazione.

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