Incontro con il consolato italiano a Valona

consolato valona

Il 12 maggio abbiamo incontrato il console italiano a Valona, dr Stefano Bergesio, e la vice console, d.ssa Claudia Giachetti.

La nostra associazione era rappresentata dal dr Eduard Mone, Ninni Chindemi, Riccardo Montingelli e Gianni Iannone, ed era con noi sr Michela Miccioni, delle nostre amiche suore Francescane Alcantarine di Babice (Valona).

In un clima particolarmente amichevole, siamo stati accolti con grande cortesia e sincera attenzione per la nostra attività in Albania e a Valona in particolare.

Il consolato ha preso atto del nostro operato ed ora la nostra associazione è censita tra le organizzazioni presenti in Albania; il passo successivo, a cui stiamo già lavorando, è la registrazione del Gruppo Quetzal presso il Governo Albanese, con conseguente apertura di nuovi scenari e possibilità di interventi a favore del’infanzia più emarginata e sofferente.

Un caro saluto e un sincero ringraziamento da tutti noi al dr Bergesio e alla d.ssa Giachetti per la loro simpatia e cortesia e per il sostegno e le preziose indicazioni che ci hanno offerto.

Gruppo Quetzal Gruppo Quetzal

Missione a Lakatund (Albania)

Il 14 giugno i nostri referenti in Albania Eduard ed Enela Mone, insieme alle nostre amiche suore Francescane Alcantarine di Babice (Valona) e ai volontari locali dell’Ala di Riserva, hanno distribuito vestiario alla popolazione di Lakatund, un villaggio a circa mezz’ora di strada da Valona, verso l’interno.

Lakatund è uno dei tanti villaggi albanesi che vivono ancora in grandi difficoltà e in condizioni di relativo isolamento. Appena ci si allontana dagli insediamenti urbani della costa, si incontrano ovunque situazioni molto critiche, da ogni punto di vista.

Pensiamo di proseguire con questi piccoli ma importanti interventi e di svilupparne di più strutturati.

Il vestiario distribuito proviene dalle donazioni dei nostri amici e sostenitori; proseguiremo con raccolte di questo tipo ma dovremo identificare e selezionare meglio il materiale raccolto; forniremo all’occasione le indicazioni utili.

Grazie a tutti.

Gruppo QuGruppo Quetzaletzal 

Diario Jubuquito 23 gennaio 2014

Guatemala, 23 gennaio ’14

Al mattino presto siamo partiti con sr Teresa e Carmela da Los Amates, dipartimento di Izabal (Guatemala), verso Jubuquito, un villaggio in montagna dove stiamo ampliando l’unica scuola e sostenendone l’attività. L’unico mezzo che può salire a Jubuquito è un pickup 4×4, peraltro con notevoli difficoltà. Infatti per percorrere circa 30 km ci sono volute tre ore, procedendo quasi a passo d’uomo su uno sterrato malmesso e invaso dal fango; la pioggia è insistente, la montagna frana e bisogna guadare i numerosi corsi d’acqua ingrossati utilizzando i resti di ponti crollati. Spesso si rasenta con le ruote il ciglio dei dirupi. Il paesaggio è primordiale, mi viene in mente il giorno della Creazione. La natura è incontaminata, predominante su tutto e tutti, maestosa, imprevedibile e incontrollabile. Lungo la strada vediamo uomini e ragazzi, anche bambini,  lavorare su pareti quasi verticali per piantare mais. Come facciano è un mistero.

Per entrare nel villaggio ed evitare laghi di fango insormontabili, bisogna attraversare il fiume in due punti, dove l’acqua è profonda circa sessanta centimetri. Il villaggio è immerso nella nebbia e nella pioggia, ed è pervaso dall’odore acre del fumo che esce dalla cucine di assi di legno dove si accende ogni giorno il fuoco con la legna. Uomini silenziosi stanno immobili sotto la pioggia in silenzio, con i lori cappelli un tempo bianchi e ora sporchi di terra e fatica, e i machete malandati, da soli per lo più, o in piccoli gruppi di due o tre. I bambini e qualche donna stanno vicino alla chiesa di S. Antonio da Padova, un unico locale semplicissimo, con qualche sedia e poche tavole di legno per banchi, le finestre rotte e il Santissimo in una scatola di legno con due piccoli fazzoletti di velo bianco sul davanti. La chiesa è stata costruita mattone dopo mattone, portati a spalla da tutti, bambini compresi, dal vicino Honduras, la cui frontiera geografica è a circa mezz’ora di cammino; un pò più facile che trasportare il materiale necessario lungo i trenta km dello sterrato, a dorso dei cavalli del luogo, piccoli, magri e sofferenti anche loro. Il trasporto dovette essere effettuato di notte perché altrimenti la polizia honduregna li avrebbe arrestati per contrabbando…

Oggi la chiesa viene pulita dalle donne del villaggio, a turno. Bisognerebbe mettere i vetri alle finestre e fare delle riparazioni. Chissà che non riusciamo a dargli una mano.

Ed ecco la scuola. Il comitato responsabile ci aspetta al cancello di ingresso (o meglio, quel che ne resta); sono contadini, come tutti, dall’aspetto particolarmente provato, vestiti letteralmente di stracci. Il loro rappresentante è messo un pò meglio, e ci mostra le due aule originarie e la grande aula nuova che abbiamo realizzato e che è intitolata a Mons. Gerardi, un martire che ancora oggi, a quasi sedici anni dall’orribile omicidio, viene ricordato con rispetto e gratitudine ma con circospezione ed un certo timore.

Le aule preesistenti sono molto malmesse, e la nuova non ha alcuna suppellettile, né banchi, né sedie, né lavagna. Nulla. Ci chiedono di aiutarli ad arredare l’aula, destinata ai più piccoli, con l’indispensabile, e se possibile a riparare le vecchie aule. Lo chiede il rappresentante del gruppo e lo fa sommessamente, con un filo di voce, credo per il timore che gli diciamo subito di no, che non è possibile. E invece gli rispondiamo che faremo il possibile, che non promettiamo nulla di certo ma faremo il possibile. Piove, siamo al riparo di una delle lamiere che fanno da tetto ma ci bagniamo lo stesso. Ci salutiamo in silenzio, una stretta di mano e andiamo via.

Una famiglia ci ha invitato a mangiare con loro e ci offre alloggio per la notte. Per raggiungere la loro casa camminiamo nel fango fino a sotto le ginocchia, per fortuna abbiamo messi messo degli stivali di gomma che ci avevano consigliato di prendere prima di partire da Los Amates. La casa è una delle migliori, ha tre stanze in mattoni, senza intonaco, e il pavimento di cemento. C’è persino un bagno, invece del solito sgabuzzino di assi legno e buco nel terreno. La cucina è però come tutte le altre, assi di legno, terra per pavimento e tetto in lamiera. Galline, gatti e un paio di cani circolano liberamente, a stretto contatto con i bambini e con le attività della cucina. Un colibrì verde e giallo vola rapido da un fiore all’altro di un ibiscus rosso.

A Jubuquito non c’è corrente elettrica, e appena buio si accende qualche candela. La pioggia incalza, con un rumore assordante sulle lamiere.  Fa buio prima del solito, e le donne preparano le tortillas a lume di candela, preparando l’impasto di mais e battendolo fra le mani per ottenere piccoli dischi da cuocere sulla piastra di metallo rovente per il fuoco a legna. Gli uomini, padre e figli, sono seduti ad aspettare come al solito nella sera, anche se oggi a causa della pioggia non hanno lavorato nei campi dall’alba al tramonto. Da un lato dello spazio esterno ci sono in contenitori per il mais e per i fagioli, il pasto quotidiano, sempre, dalla nascita e per tutta la vita. C’è silenzio, e gli unici suoni sono quelli della pioggia, delle mani delle donne e delle voci dei bambini.

Gli raccontiamo di Shalom, una bambina etiope malata di leucemia che la nostra associazione ha portato a Bari e che adesso è in un reparto di oncoematologia pediatrica, in condizioni sono molto gravi. Qualcuno propone di pregare per lei. Alla luce della candela, che il vento prova a spegnere senza riuscirci, e al suono della pioggia, tutti intorno al tavolo, recitiamo il rosario. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e il piccolo Jorge, tre anni, già dorme sulla sedia. La serenità e la pace di questo momento sono ineffabili. Non esiste più nulla, solo amore per una bambina che nessuno conosce e fiducia in Lei, la madre di Dio.

Non c’è luce, ma a qualche centinaio di metri, sulla cima della collina, c’è un ripetitore per telefoni cellulari, che in effetti funzionano. E’ incredibile, nelle case non c’è corrente elettrica, tutto si fa faticosamente a mano, dal lavoro nei campi alle cose della vita di ogni giorno, la scuola è insieme di quattro pareti coperte da lamiera senza arredi né bagni, le donne partoriscono in casa, da sole e spesso al buio, talora morendo, l’acqua va riscaldata sul fuoco ma i cellulari funzionano. Hanno portato il ripetitore con gli elicotteri, cosa altrimenti impossibile. Un servizio che renda meno dura la vita di tutti è meno remunerativa del mercato della telefonia, e quindi si rimanda la luce a chissà quando.

Ecco, siamo qui perché non ci viene nessuno, perché questa gente è dimenticata, perché gli danno cellulari da comprare invece che luce e scuola, perché sono uomini, donne e bambini che ci guardano in silenzio e ci offrono fagioli e tortillas, e ci insegnano cos’è la dignità e che cosa è la fede.

La ricchezza spirituale offusca la povertà materiale.

Inaugurazione scuola Scuola “Mons. Gerardi” in Guatemala

Qualche giorno fa in Guatemala il famigerato generale Rioss Mont è stato condannato a qualche decina d’anni di carcere per genocidio. In tanti abbiamo esultato, credendo finalmente di vedere un vero segno di rinascita in questo Paese che tanto ha sofferto e soffre e che tanto amiamo per la sua meravigliosa, poverissima e dignitosa gente.

Ebbene, adesso vogliono mettere sotto processo la giudice che ha emesso la sentenza! Gli avvocati di Rioss Mont affermano che il documento “Guatemala nunca mas”, voluto e curato da Mons. Juan Josè Gerardi che per questo fu massacrato nel 1998, è privo di ogni valore e non ci sono prove che ne supportino i contenuti. Per chi conosce il documento, e conosce la storia del Guatemala, questa è una assurda e vergognosa menzogna. “Guatemala nunca mas” è una inattaccabile e coraggiosa raccolta di documenti, fatti, date e nomi, nonché di un elenco di migliaia e migliaia di vittime civili, povera gente massacrata dalle forze militari e paramilitari governate e assoldate dal potere politico, economico e militare che in Rioss Mont aveva il suo riferimento e il suo protettore quando non il mandante di ignobili violenze e sopraffazioni. Si tratta delle stesse persone e degli stessi gruppi che ancora oggi devastano il paese e portano morte autorizzando, per esempio, le miniere a cielo aperto nella zona di S Rafael, obbedendo ancora una volta a interessi stranieri privi di ogni scrupolo.

Mentre questi uomini senza pudore e senza coscienza, asserviti al solo dio del potere e del denaro, insultano e tentano di distruggere l’opera, il coraggio, l’onore e la fede cristiana di Mons. Gerardi, il Gruppo Quetzal ha costruito una piccola ma preziosa scuola nel dipartimento di Los Amates, in uno sperduto villaggio a nome Jubuquito, che a Mons. Gerardi è dedicata e ne porta orgogliosamente e devotamente il nome.

Alla gente di Jubuquito vada la nostra vicinanza, il nostro rispetto, la nostra stima e tutto il sostegno possibile, anche materiale, per aver accolto senza paura la nostra proposta di dedicare la scuola a Mons. Gerardi.

Non lasciamoli soli! Per amore della verità, per amore di chi soffre, per amore di Cristo.

Felice Pasqua di Resurrezione dal Gruppo Quetzal

Felice Pasqua di Resurrezione dal Gruppo Quetzal

Gruppo Quetzal Gruppo Quetzal

Riflessioni sul lavoro del Gruppo Quetzal

Siamo ormai tutti cittadini del mondo.  Io ed Annamaria viviamo, da alcuni anni, a Milano. Il Gruppo Quetzal ha sede a Bari, dove abitano Gianni, Lorita e tanti altri amici.

Le missioni con cui il gruppo Opera sono In Guatemala, Honduras, Albania…

Tutti così lontani ma nel contempo… così vicini.  I contatti via Skype con Gianni, le email e le foto dal Honduras, le notizie che arrivano dalla Albania ci ‘immergono’ nelle situazioni quasi come se fossimo lì.

E’ stata quindi grande l’emozione nel leggere “i numeri”  (scusatemi ma per me Ingegnere i “numeri” sono la chiave di lettura della realtà!) dell’Honduras:  300 (trecento) bambini che frequentano la scuola organizzata dalle Suore del Cenacolo Domenicano!  Quando siamo stati, io ed Annamaria, nel 2006 (solo 6 anni fa) in Honduras non c’era nulla:  la “scuola di quartiere” che abbiamo visitato era una baracca in legno, costruita dai genitori in un campo ingombro di rottami: solo i banchi erano nuovi, mandati dall’UNICEF con tanto di marchio!

Ed ora la Scuola  di Sr. Teresa e delle consorelle ha la dimensione di una delle nostre scuole italiane. E attorno alla Casa di accoglienza che ospita la scuola ruotano le “consuete” iniziative socio sanitarie e di assistenza. “Consuete” per le suore, abituate a leggere rapidamente i bisogni del territorio in cui vanno ad operare.  Eccezionali per noi che ci limitiamo a sostenerle con le Adozioni a distanza e con la preghiera.

E poi c’e’ l’Albania, terra che ho conosciuto di sfuggita nel 2003, mentre Annamaria c’e’ stata più volte.  Paese dove tutto é difficile dove l’uscita dalla dittatura sta prendendo molto tempo.

Lì, dai racconti di Gianni e degli altri amici ho conosciuto una realtà di bisogno estremo: anche il sapone, il dentifricio, le cose (che per noi ormai sono) minime e indispensabili mancano. E la sanità… è da immaginare.  Ed anche lì abbiamo trovato persone che si impegnano in prima persona,  col supporto sempre crescente del nostro gruppo.

Un gruppo di Scout di Alberobello ha fatto quest’estate un campo di lavoro nella struttura che il nostro gruppo sta sostenendo.  Una delle partecipanti, ora traferita a Milano per studiare Ingegneria, é stata nostra ospite e ci ha parlato con toni entusiasti della iniziativa.  Ed ha aumentato in noi la voglia di proseguire, di spingere, di parlare a sempre più persone del gruppo Quetzal e della “Goccia che sta scavando la roccia”, per ricollegarmi ad un mio scritto precedente.

E quindi non c’e’ crisi che tenga: la crisi che stiamo vivendo è poca cosa rispetto alla tragedia che ogni giorno incombe sulle teste delle persone che vivono in Guatemala, Honduras ed Albania.  Dobbiamo andare avanti.

Buon Lavoro a tutti

 

PaoloGruppo Quetzal

Missione in Albania giugno 2012

Nel prossimo giugno saremo in Albania per condividere qualche giorno con i ragazzi del Centro Disabili e con i bambini dell’orfanotrofio di Valona.

Insieme ai responsabili delle due strutture e al referente della nostra associazione in Albania, dr Eduard Mone, lavoreremo inoltre al rafforzamento del rapporto di collaborazione tra il Gruppo Quetzal e quelle strutture di accoglienza.
Ci recheremo poi a Ishull-Leizhe presso la comunità delle Suore Serve di Maria dove è in corso la realizzazione di una struttura didattica.

Al ritorno vi aggiorneremo con testi e foto, sul sito a partire dalla fine di giugno.

A presto!

La redazioneGruppo Quetzal

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